“[…]Ardore giovanile rivolto al mondo e alla vita e al compimento di tese speranze e di mete lontane, questo è l’esplicito finalismo della vita. La curva della vita è come la traiettoria di un proiettile. Tolto dal suo stato iniziale di quiete, il proiettile sale, per ritornare scendendo allo stato di quiete” (Jung, 1934).

L’esistenza umana, nella sua intima essenza, si apre alla vita con un movimento di espansione: questo è ciò che caratterizza la stupefacente metamorfosi dello zigote in embrione, già a distanza di poche settimane dal concepimento agglomerato di miliardi di cellule.

Con il suo primo respiro, con questa prima apertura, preludio di ogni successiva contrazione, il piccolo dell’uomo entra a far parte del ciclo della vita, nel suo eterno alternarsi di sistole e diastole: con il suo primo vagito, privo di  parole ma pur carico di senso, fa sentire la propria voce ed il proprio punto di vista, esprime il suo esserci, prima di ricadere nel silenzio, fatto di pace e di compiaciuto soddisfacimento oppure di dolore e cupa rassegnazione. Il percorso di vita, eterno e immodificato, come il sole nel suo cammino secondo la nota e poetica metafora usata da Jung (1931), sembra ripetersi e rinnovarsi nella vita di ciascuno di noi : nel suo viaggio dall’alba al tramonto, l’uomo nasce nell’entusiasmo, nell’energia e nell’ardore.

Vissuta l’infanzia, ciascuno si affaccia al mondo dotato di questo ancestrale bagaglio, desiderando di essere, o forse di “saper essere”, finalmente libero di “espandersi”, finalmente lontano da tutti i condizionamenti.

L’adolescenza sembra effettivamente oggi più che mai il periodo più difficile nella vita di un uomo; come ci insegna magistralmente Erik Erikson (1974), le prime cure ci regalano la fiducia e la speranza, con le prime forme di socializzazione cresciamo in autonomia e autodeterminazione e poi in iniziativa ed operosità, ma è solo con la pubertà che tutto ciò viene elaborato a forgiare l’identità che ciascuno farà propria e tenderà a mantenere immutata per tutta la vita, nel bene, qualora si tratti di una personalità ben integrata ed adattata, o nel male, come dimostrano i sempre più numerosi disturbi gravi di personalità. Berne parla in proposito di ‘Stati dell’Io’(1961): la strada che ci conduce da uno stato di dipendenza, in cui mi affido all’altro, alla interdipendenza, in cui entro in dialogo reciproco con l’altro, passa inevitabilmente dalla controdipendenza, in cui è indispensabile negare l’altro per affermare sé stessi : crescere significa prendere il posto dei genitori e quindi, in termini di fantasia inconscia, ucciderli.

Winnicott ha affermato che la violenza fa sentire i giovani reali, e mentre questi devono in qualche modo prendere contatto ed affrontare la propria aggressività, il compito degli adulti è quello di sopravvivere consentendo al figlio di esprimere la sua ribellione, la sua trasgressività, senza che questa turbolenza emotiva minacci seriamente il rapporto. Dunque, il genitore dovrebbe mantenere la sua funzione di porto accogliente, cui approdare nei momenti di burrascosa tempesta perché tutte queste morti, tutti questi lutti, permangano su un piano immaginario e non si traducano poi su quello reale.

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